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RICONSEGNARE ALLA POLITICA IL SUO RUOLO

Il vero vincitore è ancora una volta l’astensionismo che ad, ogni elezione, aumenta perché aumenta la delusione della maggioranza degli italiani di fronte al continuo battibeccare delle forze politiche più interessate a soddisfarsi di veri o presunti sondaggi che a ragionare sulle varie realtà dell’Italia. Non siamo nostalgici se pensiamo alle tribune politiche dei Berlinguer e degli Almirante riconoscendo anche ai giornalisti di allora la correttezza di saper fare il loro mestiere in modo più utile di quanto avviene oggi nei troppi spettacoli e spettacolini che ogni rete si affanna a proporre tra urla, insulti e confusione. Piaccia o non piaccia gli Andreotti ed i Craxi, gli Spadolini e i Malagodi avevano altra statura politica che era loro riconosciuta anche da chi, come me, era loro avversario. Anche i politici di seconda fila, come i ragazzi delle organizzazioni giovanili avevano, molto più di oggi, preparazione, cultura, rispetto dei ruoli, attenzione all’interesse del Paese. Certo erano tempi diversi dove il confronto era diretto, nelle piazze, nei comizi, negli incontri di sezione, nelle scuole di partito, nelle aule dei consigli comunali dove dalla teoria bisognava passare alla pratica e quello che si diceva era misurato e giudicato dagli avversari, dai giornalisti e dai cittadini presenti. Non è nostalgia del passato, ricordiamo infatti di quegli anni anche i molti errori, ma vogliamo ricercare, attraverso il ricordo di tempi recenti eppure lontani, una strada nuova, diversa per riconsegnare alla politica il suo ruolo.

Era il tempo delle preferenze e gli elettori sceglievano oltre al partito la persona che volevano li rappresentasse alla Camera ed al Senato. Poi lentamente si fu deciso che i partiti dovevano diventare leggeri, non agili sul territorio ma leggeri e cioè, di conseguenza, inconsistenti, si tolse agli elettori il diritto di scelta, le liste elettorali diventarono, ed è ancora così, prestabilite dai capi partito, sempre più soli al comando in modo che nessuno potesse e può fare loro ombra e dare fastidio. Si inventò che il bipolarismo sarebbe stato il bene della democrazia dimenticando come questo sistema, copiato da altri paesi con tradizioni ben diverse, fosse avulso dalla nostra storia e ostico al carattere degli italiani. Così furono eliminate la stragrande maggioranza delle sezioni e dei luoghi di confronto, soppressi i tanti piccoli e quotidiani comizi dei tanti candidati e dirigenti, via anche le scuole di politica e le lettere agli elettori perché internet e la Rete avevano sostituito, con la ‘bestia’ di turno, quel po’ di umanità che restava alla politica. Anche i congressi di partito, le riunioni degli organi centrali furono lentamente eliminati o resi inutili perché i leader non hanno bisogno di confrontarsi e la democrazia interna ai partiti, che era già carente prima, considerata un inutile ostacolo alla libertà di decidere del capo. Democrazia termine urlato in ogni circostanza ma nei fatti relegata a slogan, basti pensare che ancora oggi i partiti non rispondono alla Corte dei Conti per i loro bilanci e gli iscritti non hanno nessuno al quale appellassi in caso di contenziosi con la dirigenza, 5 Stelle docet.

Non gridi vittoria Letta, che avevamo conosciuto anni fa come persona intelligente ed avveduta mentre oggi chiede il voto per i sedicenni, errore che per altro aveva già fatto la Meloni, il suo partito governa le grandi città ma i suoi sindaci hanno la maggioranza di quella risicata minoranza che è andata a votare. Non cerchino scuse i partiti del centro destra che col leaderismo esasperato non sono stati in grado di offrire candidati idonei e progetti chiari, troppe confusioni a cominciare dai vaccini. Gli italiani si sentono traditi e vedono questa partitocrazia come inutile e dannosa, sperano che Draghi li porti fuori dal tunnel economico e morale, si ritirano nel loro privato, non vanno a votare facendo una scelta specifica che nei fatti rafforza proprio Draghi come unica soluzione in attesa che i partiti capiscano e provino a cominciare a cambiare, se mai riusciranno a mettere un freno all’autoreferenzialità e all’arroganza che ha contraddistinto questi anni. Neppure i lunghi mesi di reclusione per il virus, neppure i morti, le sofferenze, i tanti problemi irrisolti di una società complessa e confusa, sembrano essere riusciti a farli scendere dal piedistallo, sul quale si sono tutti collocati, da destra a sinistra, per provare a sentirsi come un cittadino normale uno che non sia né di Forza Nuova, né dei centri sociali, uno che non sia ultra o velina, uno qualsiasi, donna, uomo o altro, che deve mettere insieme il pranzo con la cena, occuparsi di genitori e figli, che vuole un mondo pulito in tutti i sensi, uno che forse appartiene ad una categoria che alcuni credono in via di estinzione perché la cosiddetta normalità, senza urla e con qualche ragionamento, non fa notizia, non è di moda. La verità è che ora tutti questi uno, trascurati, hanno deciso di non votare e sono la maggioranza del Paese!

 

CUI PRODEST, A CHI GIOVA OGGI, A CHI È GIOVATO IERI?

Per essere chiari, chiarissimi, tutti coloro che in queste ultime settimane, con l’accelerazione degli ultimi giorni, hanno manifestato commettendo violenze, o incitando altri alla violenza, devono essere puniti e messi in condizione di non potere più nuocere. Se appartengono ad organizzazioni di qualunque tipo e genere le loro sedi devono essere perquisite, si devono fare indagini e processi immediati e, se riconosciuta la colpevolezza dei loro rappresentanti ufficiali, le associazioni, organizzazioni od altro possono o meglio devono essere sciolte, qualunque sia la matrice d’appartenenza. La violenza in democrazia non può essere tollerata, sia essa fisica o verbale e questo è un monito anche rivolto a tutti coloro che, siano rappresentanti politici, dei media o della società, in questi anni hanno usato un linguaggio comunque violento verso gli avversari. Termini come asfaltare, rottamare ed altro, atteggiamenti di prevaricazione nei dibattiti, manifesta intolleranza verso le idee altrui, con episodi di autentico ostracismo e di mistificazione della realtà, hanno seminato quell’odio ed intolleranza che sono i prodromi della violenza. Detto questo e manifestata la nostra solidarietà a chi ha subito aggressioni e violenze, dalla Cgil all’Ugl ed in specialmente modo agli operatori sanitari, dobbiamo con trasparenza ed obiettività chiederci cui prodest. A chi veramente giova e a chi ha giovato nel passato. Non possiamo infatti dimenticare chi ha aiutato la crescita degli estremismi di destra e di sinistra, chi ha avallato o con aiuti economici o con il silenzio al posto della riprovazione e della condanna, gli operati di Forza Nuova o dei centri sociali. Quello che è accaduto in questi giorni ha radici lontane ed ora che siamo ad una nuova vigilia elettorale sta a tutti, in special modo alle istituzioni, in primis alla ministro Lamorgese, evitare che si apra una nuova strategia della tensione. Tutti noi, dalla carta stampata alle televisioni, dalla rete alle associazioni, fino ai singoli cittadini siamo chiamati a comportamenti più responsabili. Coloro che, in un modo o nell’altro, restano indifferenti, tollerano o addirittura giustificano o promuovono, anche più o meno inconsapevolmente, quelle violenze verbali, quegli atteggiamenti e quei gesti che sono prodromi a violenze di piazza o ad ingiustizie, da oggi in avanti devono sentire il peso della loro responsabilità. Condannati i tragici errori del fascismo e del comunismo, come ha già fatto il Parlamento europeo e prima di tutto la storia, ora è il momento di smascherare chiunque voglia minare la democrazia e per violenza dobbiamo intendere anche tutto ciò che tende a sostituire la realtà con la propria verità, con il proprio interesse. Detto questo ancora una volta l’appello a vaccinarsi perché proprio con il vaccino siamo riusciti a contenere il virus mentre in altri paesi la pandemia continua a diffondersi e a mietere vittime, anche in Europa.



 

LA POLITICA TORNI A GUARDARE LE PERSONE IN FACCIA

Come sempre dopo il voto i commenti e le analisi si sono sommate e sprecate ma al di là di chi ha vinto o perso, e delle varie motivazioni, riteniamo che il dato più significativo sia la manifesta contrarietà dei cittadini verso un sistema che spreca il suo tempo in polemiche invece che nello studio e nell’esposizione di utili proposte. La scarsa partecipazione al voto è di fatto un voto contro coloro che, chi in un modo o nell’altro, hanno chiuso in un recinto la democrazia. Da troppi anni i partiti non hanno vero confronto interno, sono sempre più rari i congressi, in molte forze politiche sono inesistenti quelle regole che dovrebbero garantire ad ogni iscritto e dirigente di poter appellarsi a palesi prevaricazioni o scorrettezze. Anche La mancanza di luoghi di confronto sul territorio ha creato un solco profondo tra elettori ed eletti e non bastano certo i sistemi informatici a supplire alla mancanza di conoscenza sia delle persone che dei problemi. La politica dovrebbe tornare a guardare le persone in faccia, questo in molti dovrebbero cominciare a fare con un po’ di umiltà e semplicità. Invece è sempre più palese una certa arroganza, quella che spinge a non prendere mai in considerazione né la proposta degli avversari né quella dei propri dirigenti ed iscritti se sono meno vicini al pensiero del leader, quell’arroganza che crede bastino slogan, battute, alzate di voce per supplire alla carenza di proposte chiare e che fa ritenere i sondaggi più importanti di quello che sono. Il leaderismo esasperato ha di fatto impedito la crescita di una classe dirigente e questo è particolarmente riscontrabile ormai da anni specie nel centro destra, come si è visto con l’incapacità, in questa tornata elettorale, di trovare candidati credibili per alcune città. Si potrebbe anche pensare che vi sia un disegno per allontanare i cittadini dal voto, dalla partecipazione attiva, affidando tutto o quasi al web, pilotabile, hackerabile e ovviamente incapace di un rapporto, di un discorso articolato. Quello che dovrebbe preoccupare i capi partito, ed il loro entourage, non è di avere più o meno esperti spin doctor che rispondono al posto loro sulla rete ma come ridare vigore alla democrazia, come, difendendo le proprie idee e cercando il consenso, essere però anche in grado di valutare quello che è bene per il Paese e non solo per la propria parte politica. In sintesi rendersi conto che se si aspira a governare bisogna sapere come si fa e con quale personale umano, intellettualmente onesto e capace. Da qui la scelta ovvia di regole rispettate che i partiti dovrebbero avere, di nuove leggi elettorali che consentano agli elettori di scegliere direttamente le persone che vogliono eleggere, di un ritorno dei politici tra la gente, di uno studio approfondito dei problemi reali di una società in continua evoluzione abbandonando le parole in libertà che per troppo tempo troppi leader ci hanno propinato. Nel frattempo fortunatamente c’è il governo Draghi che speriamo riesca a vaccinarci anche contro l’antidemocrazia.


 


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